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Lau Kwok Hung

Hung

"Rara è quell'arte del disegno. Appartiene alla specie più rara delle cose, quelle che hanno appena presenza; [] così pura da sconfinare nell'assenza; un genere di essere che è sul limite del non-essere. Essere più in là e più in qua, dentro e fuori, di ciò che è propriamente cosa. E rende così possibile l'apparizione di ciò che è carne, corpo. Come lo spazio, assenza pura, che permette tutte le presenze. Come la luce. [] E l'invisibile che mostra il visibile e lo fa apparire; è la luce che si nasconde affinché si manifesti l'ombra. [] La scultura e anche la pittura sono trascrizioni di corpi. In esse esistono il peso dei corpi, le relazioni della materia, il suo modo di esistere. E' questo richiamo, questo invito ad essere toccato, a fare di ogni corpo un corpo vivente".

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Solo accettando di perdersi per qualche istante in queste espressioni della filosofa contemporanea Maria Zambrano è possibile accostarsi con maggiore consapevolezza ad uno degli scorci artistici più noti ed al contempo esotici della cittadella di Loppiano: l'Atelier e il capannone gestiti da Lau Kwok Hung, poliedrico artista le cui opere, come i suoi stessi percorsi di vita, sconfinano da decenni per i più remoti angoli del mondo. Quella di Hung è la storia di una vocazione artistica ineludibile, una missione in qualche modo necessaria verso quell'arte che, parafrasando in sintesi la stessa Zambrano, è continua sfida ai limiti, perché la linea è demarcazione tra il vuoto e il pieno, l'essere e non essere, apparenza e sostanza. Una propensione naturale per Hung, rivelatasi già nei primi anni di un'infanzia, nella nativa Hong Kong, densa di immagini che ispireranno mente, cuore e mani generando l'arte di una vita.

"Andavo alla scuola materna quando un giorno sbalordì i miei insegnanti con il disegno di una ciotola cinese in cui, per intuizione, delineai già la prospettiva cromatica - racconta Hung: - fu molto forte vedere la mia opera su un muro degli onori della classe, cui ne seguirono altre, generando premi, appalusi e invidie che mi fecero comprendere di avere ricevuto un innato talento da Dio, per ringraziare il quale avrei dovuto imparare a corrispondere gestendo con sapienza tale dono".

Un talento coltivato parallelamente a una formazione giovanile prettamente scientifica, iniziata con la passione per i giochi con strumenti scientifici condivisa con il fratello. Ma nonostante questo campo di studi sembrasse l'approdo più naturale, la vita di Hung deviò a migliaia e migliaia di chilometri, nella cittadella di Loppiano, nel cuore della Toscana, grazie a un’altra irresistibile attrazione, quella per il Movimento dei Focolari.

"Ascoltai a scuola i focolarini nell'inverno 1972 ricorda Hung: - dopo sei mesi, il 1 giugno 1973, partì per Loppiano, come rapito dalla volontà di donare la mia vita e il mio talento alla missione per il movimento, senza mai guardarmi indietro o chiedermi troppo il perché."

Eppure, di perché, Hung avrebbe potuto chiederne molteplici: uno ad esempio sul perché, non appena cominciò la scuola di formazione dei focolarini, il gruppo musicale del Gen Rosso lo reclutò per sei anni di impegno e più di 300 spettacoli nel Sud-Est dell'Asia e in Europa occidentale, durante i quali però Hung riuscì a conseguire comunque il diploma di studio presso l'Accademia delle belle arti di Firenze. Un altro perché, avrebbe potuto chiederlo quando, nel '79, gli fu richiesto di lasciare palcoscenico, microfono, scalpello dello scultore, scarpe da ballo, viaggi e applausi per trasferirsi nelle Filippine a fare il dattilografo, per otto anni, per la rivista Città Nuova.

"Feci tutto con la gioia di contribuire all'evangelizzazione attraverso il giornale, ma l'artista dentro di me non è mai morto: ho continuato sottolinea Hung, che definisce quest'esperienza come un dottorato nell'arte , una sorta di scuola di creatività responsabile - a trafficare i talenti ricevuti, migliorando molto la mia arte attraverso l’esperienza di scrittura, fotografia, grafica, impaginazione e soprattutto dialogo".

Perché l'artista vero, secondo Hung, "“non è tanto chi eccelle nelle attività che per anni si è addestrato a eseguire, ma piuttosto chi è capace di creare anche dal nulla o con mezzi apparentemente non adeguati”."

Nel 1988 avrebbe potuto chiedere un altro perché, relativo alla richiesta di spostarsi di nuovo in Europa, nella cittadella di Montet, in Svizzera, che cambiò definitivamente la sua predilezione artistica: “passando davanti ad un garage, fui sedotto – ricorda nitidamente Hung - dall’uso che un mio amico faceva della fiamma ossidrica, in grado di plasmare materiali duri come l’acciaio e il ferro”. Strumenti grafici come pennelli, matita, gessetto avrebbero lasciato da quel momento il posto a questa “riscoperta del fuoco”, con le quali disegnare forme umane, il cavallo di battaglia dell’arte di Hung: forme che spezzano il vuoto o il buio danzando nello spazio. Un’arte profonda, capace di affondare ispirazione e radici in quella che fu arte dei maestri del Rinascimento italiano, Michelangelo e Leonardo.

Eppure, Hung avrebbe potuto chiedere un perché anche quando, nel ’92, fu invitato a contribuire, per sette anni, alla formazione dei membri del Movimento dei Focolari, spedito in Corea del sud: “"come se sentissi l’invito a scolpire le anime per Dio, anziché scolpire il ferro”" confida.

Ma nel 1999, la fondatrice del Movimento dei Focolari, Chiara Lubich, cambiò ancora, stavolta definitivamente, la sua vita: "“m’i incontrò di nuovo dopo tanti anni, come addolorata – - confida Hung - nello scoprire che avevo lasciato l’arte. Insistette perché tornassi a Loppiano a coltivare la mia arte: tornai nella cittadella, rimettendo in sesto fin dalle fondamenta quel capanone che era un pollaio, con tutta la cura di cui sono capace. Sarebbe diventato la mia bottega e la mia area mostre…”."

Quando Chiara Lubich tornò a Loppiano, il 15 gennaio 2002, esortò ancora Hung, già indirizzato nella sua capacità di delineare la sua arte proprio attraverso i “momenti di buio artistico” della sua vita: quei vuoti di attività artistica, come i vuoti tra le sculture, si rivelano altrettanto importanti rispetto ai pieni di materia, tanto nella vita come nelle opere attraverso cui Hung il suo vissuto personale, intriso di speranze e dolori, ricordi e messaggi. Ne sono un esempio opere come “Promised land”, opera vincitrice della medaglia d’'oro nel 2003 alla Biennale d’'arte contemporanea di Firenze, su 900 artisti selezionati da 74 paesi diversi: nell’'opera, interpretazione della Fuga in Egitto della Sacra famiglia, Hung affronta un grande tema scottante come quello delle migrazioni, che nel suo vissuto esprime ancora il racconto della madre costretta alla fuga per la sopravvivenza dalla guerra civile.

Un cammino, un dinamismo contrario alla staticità, la costruzione di un rapporto con Dio e con gli uomini, in cerca della scultura compiuta di uno sguardo che penetra: in una sola espressione, la Mostra permanente “"Andante”" di Hung, nel suo atelier a Loppiano. Mario Agostino