Leidy Vargas

La pace come cammino

Leidy Vargas, colombiana, docente di Filosofia politica presso l’Istituto Universitario Sophia, di Loppiano, ci aiuta a cogliere l’invito che Papa Francesco ci rivolge attraverso il suo messaggio per la 53° Giornata della pace, che si è celebrata il 1° gennaio.

La sera del 24 novembre 2019, Papa Francesco ha visitato il Memoriale della Pace a Hiroshima. Chi ha potuto seguire quel momento, avrà sentito le esperienze delle vittime della bomba atomica: persone che per tutta la vita si sono portate addosso le conseguenze di un’azione che segna uno dei picchi di atrocità del genio umano con finalità belliche. Sembrava che ogni parola toccasse Papa Francesco nel punto più profondo del suo essere. Credo sia proprio alla luce di quella esperienza che va letto il messaggio del Pontefice in occasione della 53° Giornata Mondiale della Pace.

Si tratta innanzitutto di un forte, argomentato e chiaro sprone a credere nella pace come un orizzonte comune raggiungibile, ed a vivere dunque la speranza, virtù che ci permette di non rimanere attoniti di fronte alla barbarie, che ci aiuta a metterci in moto, a intraprendere, appunto, il cammino della pace.

Papa Francesco fa un forte richiamo alla memoria, come elemento fondamentale per una coscienza forte, capace di imparare dalla storia e per evitare di percorrere le stesse strade dell’orrore, incamminandoci invece su quelle della pace. Francesco, non solo dà voce a quelli che voce non hanno, le vittime, gli invisibili, a coloro che nelle guerre diventano un mero numero, un dato statistico; ma - come è proprio del Suo pontificato -  con questo stesso atto ridona loro dignità, evidenziandoli come attori centrali della storia. La loro testimonianza va ascoltata, anche perché possono offrire un prezioso servizio: costituiscono una risorsa per la ricostruzione delle nuove generazioni. 

Anche se può sembrare ovvio, va ricordato che la base della guerra è relazionale. Il Papa fa notare come la nostra difficoltà di accettare la diversità può degradare in relazioni egemoniche ed ambiziose, che scavano negli abissi dell’ingiustizia e diventano un terreno fertile per le violenze. Questa dinamica è riscontrabile a tutti i livelli relazionali, da quelli interpersonali agli internazionali. Si tratta, dunque, di un cammino che ci può portare verso la comunione fraterna, in una conversione delle relazioni tra gli esseri umani, gli esseri viventi, con tutto il creato e con il Creatore. Per dirla con le parole del brasiliano Paulo Freire, è proprio quella conversione che ci mette in moto verso «l’inedito possibile»[1]. Come ribadisce Bergoglio: «Il processo di pace è quindi un impegno che dura nel tempo. È un lavoro paziente di ricerca della verità e della giustizia che onora la memoria delle vittime e che apre, passo dopo passo, una speranza comune, più forte della vendetta»[2]

Ma Francesco fa un passo più in là, considera l’umanità come un unico soggetto, il quale talvolta viene colpito dalla violenza nel corpo e nell’anima, e afferma che «ogni guerra, in realtà, si rivela un fratricidio che distrugge lo stesso progetto di fratellanza, iscritto nella vocazione della famiglia umana». Ma è proprio questo il nucleo che universalizza il messaggio: così come ogni atto di dominio, di non riconoscimento, colpisce con la violenza tutto il corpo dell’umanità, nello stesso modo, ogni gesto di riconciliazione e di riconoscimento dell’altro nella sua diversità, fanno crescere la coscienza di tutta l’umanità. È così che la pace, dismettendo i panni di bene prezioso ma solo “desiderabile”, diventa una realtà raggiungibile nei diversi ambiti del sociale, nella politica, nell’economia, nella cura della casa comune.

Leidy Vargas

 


[1] Paulo Freire, Pedagogía de la esperanza (Mexico D.F.: Siglo XXI editores, 2005).

[2] Papa Francesco, La pace come cammino di speranza: dialogo, riconciliazione e conversione ecologica, (01/01/2020) n. 2.