Alberto Conti

Fotografare Loppiano. » possibile?

Alberto Conti, fotografo professionista, venuto in contatto con Mazia Gorton, decide di fotografare Loppiano. Ci racconta la sua ricerca personale e líesperienza che sta facendo nella cittadella.

«Mio padre voleva che facessi l’ingegnere, ma a me piaceva fare foto». Inizia a raccontarsi così Alberto Conti (http://www.alberto-conti.com/) fotografo professionista, specializzato in ritratti. Leggiamo, tra l’altro, nella sua biografia: «Inizia a fotografare negli anni Ottanta, avviando una collaborazione duratura con agenzie delle Nazioni Unite come FAO e IFAD per la documentazione di progetti di cooperazione nei Paesi in via di sviluppo. Parallelamente sviluppa l’attività di documentarista per l’iconografia del patrimonio artistico di Firenze e dintorni. Negli ultimi anni si è dedicato al ritratto. Suoi lavori sono stati pubblicati su Time, Stern, Vanity Fair, L’Espresso, Panorama, Sette, Sportweek, Amica, Io Donna, El Pais, Sunday Times, Capital».

Ma che cosa è per te scattare una foto?

«È un modo per esprimermi. Mi piace la luce, cogliere, attraverso l’obiettivo, come lavora la luce su cose e persone. Io direi che il lavoro del fotografo è quello di armonizzare sé stesso con la luce, l’ambiente e le persone che ha davanti».

A dirla così, sembra facile…

«Beh, non sempre lo è. Quando si ha a che fare con l’immagine delle persone, bisogna “maneggiare con cura”. Spesso c’è una diffidenza verso il fotografo, perché può “rubarti l’anima”. In effetti, tutti ci teniamo alla nostra immagine, chi più, chi meno. Il mio sforzo è sempre quello di rispettare profondamente la persona, di non rubare nessuna immagine che possa degradarla o ridicolizzarla, anche quando si tratta di un soggetto che magari è stato dichiarato colpevole di crimini efferati o mi tratta come se lui fosse un semidio e io un povero mortale… Purtroppo c’è chi ha legato la propria vita all’immagine. Ma fotografare i “pionieri” di Loppiano, per esempio, è tutta un’altra cosa.

Ecco, appunto. Loppiano. Come ci sei arrivato?

«Clarence Gorton (figlio di Mazia e Rod Gorton, abitanti “storici” della cittadella, n.d.r.) ha lavorato con me per alcuni anni. Siamo diventati amici. Lui mi raccontava di Loppiano, ma io mi ero fatto l’idea di una setta. Finché sono venuto a trovarlo. Ho avuto, così, l’occasione di fare una lunga chiacchierata con sua madre. È stato lì che mi è venuta la voglia di fotografare questo mondo che mi era sconosciuto».

Non avevi mai sentito parlare di Loppiano o del Movimento dei Focolari?

«No, ma in realtà da tempo porto avanti una mia ricerca personale di spiritualità. Cerco una risposta a tante mie domande, una risposta, però, che si traduca nella pratica, nell’etica. Mi considero non credente. Tutto sommato, vi sto “sfruttando” per avere delle risposte».

Che cosa hai trovato a Loppiano?

Gente normale. E questo è, ora, il mio problema. Un fotografo ha la vita facile quando si trova di fronte a un fenomeno da baraccone, ma quando ha davanti persone normali, è molto più difficile. Voi siete persone normali, con la differenza che parlate con me in modo aperto e accogliente, vivete la messa in modo non formale, mettete in pratica l’amore di cui parlate senza essere stucchevoli o falsi. Non avete nulla da nascondere. Ma io, tutto questo, come lo fotografo?».

Alberto tornerà ancora a Loppiano, perché la sfida non è finita. Riuscirà, il nostro eroe, a fotografare la fraternità?