La famiglia Aversano

Elisabeth, Valerio, Leonardo e... Sophia

Il prima, il durante e il dopo Sophia di Elisabeth Simoen e Valerio Aversano, ex-studenti, che ora vivono in Belgio con il figlio di tre anni e mezzo, Leonardo, un meraviglioso bambino affetto dalla sindrome di Down.

Questa è la storia di due storie che si incontrano. All'Istituto Universitario Sophia.

Valerio Aversano confessa di non aver avuto, all’università, un rapporto facile con gli studi. Voleva capire meglio la società, per quello, finito il liceo, si iscrive a giurisprudenza. «Ma mi sentivo in crisi. Andava così male che cominciai a pensare: forse non sono fatto per gli studi universitari, forse dovrei cercarmi un lavoro… Ma l’esperienza della summer school dell’Istituto Superiore di Cultura (esperienza pilota da cui è nata Sophia) segnò una svolta. Subito pensai: se si apre Sophia, mi iscrivo».

Elisabeth Simoes, belga, intanto studia filologia a Lovanio. Si laurea, ma anche lei non è soddisfatta. «Avevo la sensazione che mi mancasse qualcosa. Non mi sentivo pronta ad affrontare il mondo. Non volevo cambiare indirizzo di studi, ma cercavo una formazione integrale, che mi aiutasse a crescere come persona. L’ho trovata a Sophia».

Inizia così la loro storia “sophiana”. Arrivano all’Istituto Universitario per strade diverse. Dopo 5 mesi sono fidanzati e dopo quattro anni e mezzo  si sposano.

«Ci sentiamo come pionieri dell’Università – continua Elisabeth – perché quando siamo arrivati tante cose non c’erano ancora. Per esempio, abbiamo dato una mano a pulire il locale in cui si sarebbe istallata la biblioteca. Quello che mi ha conquistata è stato il metodo di Sophia. Tanto per cominciare ci è stato detto: “Svuotatevi di quello che portate dentro, per accogliere quanto viene fuori dal rapporto di amore reciproco con il professore”. Per me è stato sconvolgente: la proposta non era quella di accogliere quanto veniva dal professore, ma piuttosto da quel rapporto che, sappiamo, porta con sé la presenza stessa di Gesù in mezzo ai suoi, professori e studenti».

«Ricordo – aggiunge Valerio – che un professore ci diceva: “Studiare vuol dire passare da un’ignoranza beata a un’ignoranza sofferta”. Così, quasi senza accorgermi, mi sono trovato dentro un’irrefrenabile passione per lo studio. Io, che pensavo di non essere tagliato per l’accademia, non ho più smesso di studiare! Una delle prime frasi che ascoltai da Chiara Lubich, appena sbarcato a Sophia: “Voi siete qui per imparare la Sapienza”. Guardando indietro, non credo di aver imparato la Sapienza, ma posso dire per certo che dentro di me si è accesa la sete della Sapienza».

E tu, Elizabeth, che cosa hai scoperto? «Che c’è un livello di ascolto che definirei “normale”, quello in cui, per capirci, ti lasci distrarre dal cellulare, e c’è un ascolto con la A maiuscola, che può scattare anche dopo un semplice: “Ciao, come stai?”. A Sophia ho imparato ad ascoltare veramente, profondamente, anche quando l’altro ha un’opinione diversa. E poi, io che cercavo una formazione integrale, ho trovato l’interdisciplinarietà che mi ha portato a fare un salto di qualità: non si tratta di rimanere ognuno nel suo campo, ma di crescere nella consapevolezza dell’essere “cittadini”, del ruolo che abbiamo come persone nella società».

Sono un fiume in piena Elisabeth e Valerio. Hanno tante cose da raccontare. «Oggi io lavoro come insegnante e cerco di applicare il metodo sophiano: la conoscenza non si trasmette ma si costruisce con gli studenti. Questo mi aiuta moltissimo» dice Valerio. Ed Elisabeth, dal canto suo: «Io invece lavoro nel campo della produzione televisiva e mi accorgo di avere un’apertura mentale che mi permette di scoprire il bello dappertutto, basta partire dal rispetto per gli altri. Poi, dopo aver convissuto con persone di tutto il mondo, non riesco più ad ascoltare le notizie in modo asettico: ogni Paese ha un volto per me, in un certo senso fa parte di me».

Poi, più di tre anni fa, arriva Leonardo. «Mi sono sposata con Valerio – dice Elisabeth – chiedendomi se fossi stata capace di stare con lui, con la persona a cui voglio più bene al mondo, in quello stesso atteggiamento di ascolto e di apertura totale che avevo imparato e vissuto a Sophia. Ci provavo ed era un’avventura bellissima. Poi la gravidanza e poi l’annuncio: il bambino che stavamo aspettando aveva seri problemi di salute. Ci è crollato il mondo addosso. Ero veramente arrabbiata con Dio».

Sembra che Elisabeth, raccontando, riviva quei momenti così difficili. «Ricordo che più volte ho detto a Dio: “Se mi tratti così, non faccio più niente per te!”. Era come elaborare un lutto. Questo periodo è durato forse un mese. Sono certa che, avendo fatto a Sophia dei decisivi passi avanti come persona, ero più preparata ad accogliere Leonardo. A Loppiano abbiamo vissuto un’esperienza di paradiso, che non si cancella più. Poco a poco ho scoperto che c’era un filo d’oro sotto le cose, era Dio che conduceva le nostre vite. Se tutto quello che avevo imparato era stato mettere l’uomo al centro, adesso ne avevamo la possibilità concreta. Leonardo è diventato un dono per noi».

«Sono cambiate molte cose nella nostra vita – continua Valerio –. Ad esempio, abbiamo iniziato a porci molti interrogativi: quale sarebbe stato il peso della pressione negativa che avrebbe esercitato la società su di lui? Qual è il ruolo di queste persone nella Chiesa? E cercando di rispondere a queste domande, tornavamo all’essenziale della nostra vita di coppia. Io direi che il nostro vero matrimonio è nato quando è nato Leonardo. Lui ha dato un altro ordine di priorità a tutto. Certo io studio (sto facendo una specializzazione), ma nella vita quotidiana il mio vero maestro è lui: mi dà continuamente la misura di come dovrei essere, spogliato di tutto quello che non è essenziale. Lui ti aiuta a smontare le sovrastrutture».

«Spesso – interviene Elisabeth – ci scontriamo con una mentalità individualista ed efficientista: “Lo sapevate già prima del parto? Ahhh, allora… avreste potuto provvedere!”. Non c’è niente da fare, viviamo in un mondo duro. In Belgio, come in altri Paesi, il numero di bambini nati con la sindrome di Down è crollato da quando si è diffuso l’uso del test prenatale non invasivo. Un mondo duro, in cui Leonardo è un pezzo di morbida semplicità. Quando vediamo altri genitori che entrano in ansia di fronte alle prestazioni dei propri figli, sorridiamo. Noi facciamo festa per ogni piccolissimo traguardo raggiunto da Leonardo, ma siamo liberi. Non vogliamo che nostro figlio diventi un progetto».

E Valerio conclude dicendo: «Spesso si guarda ai portatori di handicap come a persone a cui manca qualcosa, come a un vuoto da riempire. Noi, invece, abbiamo scoperto che Leonardo ha tanto da dare. È un cambiamento completo di prospettiva».

Mentre parliamo, Leonardo gioca tranquillo, per terra, accanto a noi. Ogni volta che il suo sguardo incrocia quello di un’altra persona, lui sorride. È dolcissimo e sereno. Anche solo guardandolo ci si sente contagiati dalla sua morbida semplicità.