Focolarine e Focolarini della Scuola 2018-2019

Arrivederci Loppiano!

Sono un gruppo di giovani di varie parti del mondo. Si preparano a entrare in focolare e, dopo un anno e mezzo, ci hanno lasciato per proseguire il loro percorso di formazione nella cittadella di Montet, in Svizzera. Un’esperienza, quella fatta a Loppiano, che - ci confidano - li ha cambiati profondamente.

«Loppiano, per me, è stato il posto in cui Dio mi ha spaccato il cuore, per far uscire il vero amore».

Come interpretare questa frase pronunciata da Leandro, un giovane e vivacissimo brasiliano? Ci viene in aiuto quello che Chiara Lubich stessa, nel lontano 1960, disse a un gruppo di focolarini: «Attraverso il vivere la Parola (…), e soprattutto avendo come ideale della nostra vita, a cui ci siamo consacrati, Gesù abbandonato, il Signore incomincia a lavorarci. Ci lavora e ci prende in parola. (…) Qual è la nostra mèta? Arrivare ad essere il più possibile altri Gesù, che significa anche nel contempo essere altri Maria, essere un qualcuno che non vive più lui, ma nel quale vive Cristo in lui».

Forse, è proprio questa la migliore sintesi dell’esperienza fatta da questi 24 giovani, arrivati a Loppiano più di un anno fa e che ora hanno raggiunto Montet, la cittadella dei Focolari in Svizzera, dove continuerà il loro percorso di formazione. Una formazione che, in realtà, durerà tutta la vita, nella quale, come diceva Chiara, “Dio lavora l’anima perché arrivi ad essere, il più possibile, altro Gesù, altra Maria”.

Brenda, delle Filippine, lo spiega così: «Loppiano per me è come uno stampo, dove Dio mi ha formato per diventare un vaso come Lui vuole».

Davide, italiano, sembra cambiato perfino esternamente: tutto in lui ora esprime libertà e pienezza. Ci confida: «Loppiano è il luogo in cui Dio mi ha chiesto tutto e mi ha ridato tutto, in un modo completamente nuovo».

Fin qui, potrebbe sembrare una questione molto personale, una partita che si gioca tra l’individuo e Dio ma… Hien, che viene dal Vietnam, ci rivela: «Loppiano per me è come una famiglia. Ho lasciato la mia famiglia ma qui ho trovato il centuplo in fratelli e sorelle, con cui condivido la mia gioia e le mie difficoltà ogni giorno». Liberata, della Corea, sembra usare quasi un linguaggio filosofico quando racconta: «A Loppiano, ho trovato il mio “io” nel “noi”». Cristian, dell’Argentina, è più pragmatico ma non meno profondo: «Riassumerei questa esperienza così: “sviluppo umano” e “vivere la diversità”: la diversità ti fa male, ti forma e ti trasforma».

Tutti gli aspetti della vita nella cittadella hanno contribuito alla loro formazione, o meglio, trasformazione.

Per esempio, il lavoro. Ci rivela una di loro: «Ho imparato a non aver paura di sbagliare, ad avere il coraggio di chiedere scusa e a essere grata a Dio per ogni momento che abbiamo vissuto insieme».

Anche l’incontro fortuito con i visitatori della cittadella è stato talvolta occasione di crescita, di sperimentare sulla propria pelle il significato della parola “dialogo”, come racconta Plinio, del Brasile: «Lavorando nell’equipe che si occupa dell’accoglienza, ho potuto conoscere tante persone. Alcuni mesi fa, per esempio, è venuto a Loppiano un gruppo di giovani musulmani accompagnati dal prof. Mohammed Shomali, del Risalat International Institute di Qum. Io ho seguito il gruppo in diversi momenti per tradurre, fare da guida, pranzare insieme... Fin dall'inizio si è creata una bella atmosfera di amicizia, rispetto e fraternità. Durante un pranzo, uno dei giovani mi ha chiesto se avevo avuto l’opportunità di conoscere Chiara Lubich in vita. Gli ho detto di sì, che era stato uno degli incontri più belli della mia vita. Anche se ero adolescente, ricordavo la commozione che mi aveva preso, per la luce e l’energia che lei emanava. Un incontro che non dimenticherò mai! Intanto, lui mi fissava con uno sguardo profondo e, alla fine, con solennità, mi ha detto: “Se questo incontro è stato così bello come mi hai descritto, immagina il giorno in cui incontreremo Maria!”. Non era una semplice frase, sentivo davvero che lui era in attesa di quell’incontro. Nelle sue parole ho percepito tutto l’amore che nutriva per Maria e che era riuscito a cogliere ciò che Chiara rappresentava per me. A quel punto, anche io ero commosso. Mi sono alzato, ci siamo abbracciati e gli ho detto: “Lo scopriremo insieme in Paradiso”. È stato un momento molto profondo: non era più un ospite, non era più un’esperienza di dialogo interreligioso, eravamo entrati in una comunione soprannaturale. Da quel giorno, siamo diventati grandi amici».

E ora, il nostro augurio per questi giovani. Lo vogliamo fare con le parole pronunciate nel 2014, da Maria Emmaus Voce, attuale presidente del Movimento dei Focolari, mentre si trovava in Brasile: «Il focolarino si forma nella casetta di Nazareth, in questo crogiolo che è il focolare, cioè una convivenza di persone che con il loro amore reciproco danno vita alla presenza di Gesù in mezzo che forma, che è lo stampo, che è il modello su cui il focolarino si modella. Fatto questo, questo Gesù esce, va fuori, va a incontrare la gente… È essenziale che il focolarino sappia che quando lui si è formato con Gesù in mezzo, non l'ha fatto per sé stesso, che Dio […] l’ha chiamato perché metta a disposizione la sua persona, con tutte le sue cose, con tutte le sue idee, con tutte le sue fantasie, con tutta la sua capacità, con tutti i suoi talenti, per contribuire a realizzare il “che tutti siano uno”».