Tino Piazza

ALLE RADICI DELLA MARIAPOLI/10

Le famiglie che fecero l’impresa - Proseguiamo il racconto degli inizi della Mariapoli con le parole di Tino Piazza, costruttore edile, arrivato a Loppiano nel 1964 da Clusone (BG).

«Cinquant'anni fa, qui c'era da mettersi le mani nei capelli. L'idea di una cittadella sembrava impossibile...», inizia così il racconto di Tino Piazza, costruttore edile di Clusone (BG). Con la moglie Agnese e i figli, sono stati la prima famiglia a trasferirsi a Loppiano.

Ci vorrebbe un libro per narrare la loro storia e ancor più le vicende crude dell'infanzia e dell'adolescenza di Tino. «Credevo di essere fra i ragazzi più sfortunati, - scriveva in una pagina di diario, il 6 maggio 1956, un anno prima di sposarsi - oggi mi accorgo che mi trovo in una situazione di privilegio. Questo non è merito mio ma tuo, mio Dio, che mi hai temprato alla dura lotta del sacrificio e della rinuncia. Oggi, a 24 anni ... già dirigo un cantiere edile da solo (...) con domani prenderà il suo avvio vero e proprio; speriamo di riuscire a farcela fino in fondo, la fiducia in me è grande».

Il 4 maggio 1957, Agnese e Tino si sposano: è il coronamento di un sogno.

A forza di lavoro, coraggio, caparbietà, e soprattutto fiducia in Dio, poco più di un anno dopo, Tino, con l'amico Giommi, mette su l'impresa artigiana edile "Piazza e Bigoni". Nel frattempo Agnese aveva dato alla luce la prima desideratissima creatura: Anna Maria. E dopo qualche mese era già in cantiere anche un maschietto, Antonio.

«Il lavoro edile - racconta Tino - era ed è tutt'oggi un lavoro duro anche perché le costruzioni non si fanno sempre nello stesso posto e a volte bisogna andare lontano da casa. Nel mio caso passavano giorni senza tornarvi ed ero sempre molto stanco». Così arrivò un crollo di salute e fu costretto a lasciare l'andamento del cantiere nelle mani di Giommi e di alcuni operai ("se la cavavano benissimo anche senza di me"), dedicandosi invece all'amministrazione dell'impresa.

Era imminente la nascita del loro terzo figlio, ma il 31 dicembre 1959 Agnese si sente male e le viene detto che per la creatura non c'è più niente da fare. All'alba del nuovo anno nasce un maschietto, subito battezzato col nome di Silvestro, ed alla sera vola in Cielo. Si apre così, con questo immenso dolore, il 1960.

Per Tino sono mesi molto difficili, in cui tutto sembra andare in crisi. «Con Agnese ci volevamo un gran bene, avevamo solide basi cristiane, ma punti di vista diversi nell'applicarle. Avevo la sensazione che avremmo dovuto reimpostare il nostro rapporto. E non sapevo cosa fare. Sul lavoro volevo credere al Vangelo ma sembrava utopistico. Mi dicevano che il mondo ha altre leggi e bisogna adattarvisi. Andai di frequente a consigliarmi con un sacerdote, mi dava suggerimenti, libri da leggere, ma ogni volta gli dicevo che non trovavo una vera risposta agli interrogativi che mi turbavano. Un giorno, scoraggiato, mi congedò mettendomi in mano un giornale che aveva appena ricevuto per posta e non sapeva da dove venisse. "Toh, prendi! Non so più cosa dirti o darti". Avrei potuto anche cestinarlo subito, ma non lo feci per educazione. Tornai a casa e mentre stavo per buttarlo via mi venne istintivo dargli un'occhiata. Nel primo articolo che lessi, Chiara Lubich narrava gli inizi del Movimento dei Focolari e, in un secondo articolo, Igino Giordani scriveva che vi erano anche sposati consacrati... Rimasi fortemente impressionato. Addirittura si proponeva l'idea di una città, dove vivere il Vangelo sempre: "E mentre guardavano dal bosco arrampicato sulle montagne (...) sognavano una città, che già dicevano di Maria, e pareva loro di vederne spuntare le casette e popolare quei campi". A diverse persone chiesi notizie di questo Movimento, ma a tutte risultava sconosciuto.

Una domenica, mentre entravo in chiesa per la messa, vidi due giovani che vendevano un giornale. Ad un certo punto mi resi conto che il titolo era "Città Nuova", proprio come quello che avevo a casa. Uscii di corsa e chiesi loro che mi aspettassero». Avviene così per Tino l'incontro con il Movimento dei Focolari.

«Comunicai la gioia della scoperta ai miei amici più cari, al mio socio Giommi, ai miei cognati Luigi e Matteo Balduzzi e ad altri... Ogni volta che rientravo a casa mi fermavo sulla soglia a pulirmi i piedi e a lasciare fuori della porta lavoro e preoccupazioni - come mi aveva suggerito un focolarino - per amare Agnese. Mi accorgevo di guardarla con occhi nuovi... Eppure a lei non avevo ancora detto niente, faceva parte del mio carattere il parlare poco. Ma vivere, sì, potevo».

E dopo qualche tempo anche Agnese desidera conoscere di persona la spiritualità dell'unità. «Sentimmo entrambi che cominciava per la nostra vita matrimoniale una nuova divina avventura».

(continua)