Enzo e Gabriele

È tutta una questione di rapporto con Dio!

In occasione della Giornata del Malato, che si celebra oggi 11 febbraio, siamo andati a trovare Enzo Puccetti e Gabriele Marsilii che vivono, insieme ad altri focolarini che, per età o per problemi di salute, hanno bisogno di assistenza, nel focolare “Nuova Unità” di Loppiano.

Certo, ci sarebbe voluta una telecamera! È tutta un’altra cosa vederli, Enzo e Gabriele. Entrambi hanno seri problemi di deambulazione ma quando Gabriele chiede ad Enzo di andare a prendere un album di foto dalla sua stanza per farmele vedere, Enzo, che sta appena un po’ meglio di Gabriele, non fa una piega anzi, risponde con un entusiasta “volentieri!”. Così, con grande sforzo si alza (“Grazie, ma ce la faccio da solo” risponde alla mia offerta di aiuto), inforca il suo carrello deambulatore e si avvia. Torna alcuni minuti dopo, portando, come un trofeo, l’album in questione. Gabriele lo accoglie con un “l’hai trovato, campione!”. Entrambi sono raggianti. La scena fa pensare a due uomini intorno all’ottantina, ancora con l’anima da bambini.

«Nel 1969, lavoravo in fabbrica – racconta Enzo, originario di Pisa – e un collega mi invitò ad un concerto. Era il Gen Rosso. Rimasi deluso. Allora il mio amico mi propose di venire a Loppiano per conoscere questi ragazzi. Mi disse che vivevano in una cittadella, una specie di “comune”. Quell’espressione mi colpì perché allora mi attiravano molto queste esperienze di convivenza. Arrivai a Loppiano con altri del mio paese. Mi investì una vampata d’amore e tornai poche settimane dopo. Quello stesso anno lasciai la mia casa, io figlio unico, orfano di padre, e mi trasferii alla scuola dei focolarini».

«Sono nato a Pescara – ora è Gabriele a parlare – e da giovane mi chiedevo quale senso avesse l’esistenza. Ricordo che partii per la Sardegna, dove svolsi il servizio militare, mettendo stranamente in valigia un Vangelo. Leggendolo, trovai un rapporto con Gesù. Tornando a casa ero triste, pensando che non avrei avuto modo di portarlo avanti. Invece, poco dopo, mio fratello mi fece conoscere il focolare. E quella sera, tra quei focolarini, non solo mi trovai bene ma uscii con un’idea in testa: “Questa è la mia famiglia”».

Gabriele arrivò a Loppiano nel 1964. Qualcuno notò che, a tempo perso, gli piaceva disegnare e, alla fine della scuola per i focolarini, gli chiesero di andare a collaborare con la nascente rivista Città Nuova. Rimase lì per 25 anni. Lui, che non aveva mai fatto studi in questo ambito, divenne grafico e fotografo. Enzo, invece, si trasferì in Sicilia e visse in vari focolari del Sud.

Ora entrambi sono di nuovo a Loppiano, nella casa in cui vivono con altri focolarini anziani o ammalati: «Per molti anni, abbiamo fatto gli assistenti dei giovani dei Focolari. Ora siamo noi a dover essere assistiti. Non è una cosa facile da accettare ma nel rapporto con Dio trovi tutte le risposte» dice Enzo. E Gabriele continua: «Quando si arriva a questo punto della vita, viene fuori o la parte migliore o la parte peggiore di noi. A volte, ci sono dei rimpianti per cose che non si possono più raggiungere… la sfida è raggiungerle dentro di te. Per questo parliamo di rapporto con Dio: io, Gesù abbandonato, Gesù nel culmine del dolore, quando si è sentito abbandonato anche da Dio suo Padre, l’ho avuto sempre vicino». Poi, dopo una pausa di silenzio, quasi sottovoce, aggiunge: «Credo di non averlo mai tradito».

Ma come si vive in un focolare come il vostro?

«Io ci sto bene – dice Gabriele –. A volte riesco anche a dipingere. Per me, riprendere in mano i pennelli è stato sperimentare il centuplo promesso dal Vangelo. Avevo messo da parte l’arte ma l’arte, quella vera, l’ho trovata in questo Ideale».

E Enzo: «Ognuno di noi ha i suoi hobby. Io scrivo. Ho scritto molto anche per far conoscere la storia della mia mamma, una donna semplice che Papa Francesco definirebbe come “una santa della porta accanto”. Quella donna che tanti anni fa mi salutò dal balcone mentre lasciavo la mia casa e che poi mi scrisse: “Ti volli salutare finché ti vidi. Appena rientrai in casa dissi: Enzo è partito, è partito, è partito! Sentii una felicità, una felicità, una felicità!”».

Si starebbe per ore ad ascoltarli. Le loro storie e la vita piena che vivono ora, fanno pensare che le promesse del Vangelo si realizzano. «Io vorrei dire a tutti – conclude Gabriele – che vale la pena andare avanti, essere fedeli. Vale la pena».

Lasciando questa casa resta un senso di profonda gratitudine a Dio per queste vite tutte donate e tornano in mente le parole di Chiara Lubich: «Queste comunità particolari in cui vivono persone ammalate, se sono senz’altro come le altre, sono anche speciali per il bene che fruttano e perché hanno la possibilità di testimoniare al mondo che cosa è il dolore per un cristiano. Il dolore è un dono che Dio fa ad una creatura. E questo non è soltanto un modo di dire per consolarci o per consolare gli ammalati. Tutti coloro che stanno poco bene sono veramente amati da Dio in modo speciale, perché più simili a suo Figlio».