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Issa, che in arabo significa "Gesù"

A Loppiano da cinque anni, è appena tornato dal confine sloveno, dove ha lavorato come medico in uno dei campi profughi gestito da Medici Senza Frontiere.

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Il suo nome in arabo significa Gesù. Un nome che continua ad ispirare e condurre passo passo Issa, medico siriano, a Loppiano da cinque anni con la sua bella famiglia: Violet, la moglie e quattro figli. Il conflitto nel loro Paese è scoppiato quando stavano partendo: l'intenzione era di trascorrere un anno alla Scuola Loreto per famiglie, per darlo a Dio. Tuttavia, man mano che il tempo passava, la situazione si è fatta sempre più drammatica;, senza lasciar intravedere una soluzione vicina.

Issa racconta: «I nostri parenti ci hanno scongiurato di rimandare il rientro. Lascio immaginare l’angoscia con la quale abbiamo preso questa decisione e lo sconforto per non poter fare nulla per i nostri connazionali. Ci sentivamo come un’automobile col motore a mille tenuta ferma a forza; rimanere in Italia, infatti, non è cosa semplice: non vediamo futuro e anche se ci troviamo in un ambiente ospitale, non mi è consentito esercitare la mia professione perché il titolo non è riconosciuto. Mi sono adattato a fare altri lavoretti come falegname o altro, in attesa che si aprisse qualche strada.

Quando sono venuto a sapere di un progetto di accoglienza per profughi in Slovenia a cura di Medici Senza Frontiere dove serviva un medico che parlasse arabo, ho capito che era era la mia occasione per aiutare la mia gente. Sono partito senza sapere cosa avrei fatto e in che condizioni mi sarei trovato a lavorare. Al Centro d'Accoglienza, ogni giorno avevo davanti centinaia di persone arrivate via mare o dopo molti chilomertri a piedi. Tanti erano iraniani, iraqueni, afghani e molti siriani. Poterli accogliere, parlando l'arabo, la nostra lingua, è stata una forte emozione. Nei primi tempi quasi dimenticavo di dormire o mangiare, tanto era il desiderio di dare tutto il mio tempo per loro, alleviare le sofferenze, farli sentire ‘a casa’.

Ho ancora nel cuore e negli occhi la prima bambina che ho assistito: piangeva in continuazione, non riuscivamo a calmarla. Visitandola ho capito che aveva solo mal di pancia ed ho cominciato a cullarla e parlarle in arabo.… La bimba si è tranquillizzata e si è addormentata fra le mie braccia. Quando gli altri si avvicinavano per prenderla, lei si agitava e non voleva lasciarmi. E' stata un'’esperienza molto forte.

L'afflusso era continuo. Arrivano tre treni al giorno con circa 2.500 persone. In soli quattro giorni abbiamo dovuto occuparci di così tanta gente come non era accaduto in un mese. Nel nostro team siamo in sei: gli altri sono tutti del posto. Anche loro si sono subito accorti di quanto sia stato toccante per me veder giungere i miei connazionali in quelle condizioni. Quando li accoglievo, dicendo il mio nome (Issa=Gesù), vedevo i loro occhi brillare. Per ciascuno di loro volevo essere un altro Gesù che era lì per accoglierli, prendersi cura di loro. Questa possibilità è stata per me una risposta di Dio».